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''Private – venti giornaliste nel tempo sospeso''

 

"Private – venti giornaliste nel tempo sospeso", è un libro di venti giornaliste reatine dedicato alle donne che sono state uccise dai propri compagni durante la chiusura forzata, nel momento della prima, grande emergenza sanitaria.  “Credevo fosse un’avventura e invece era la vita” (Joseph Conrad) e la vita è quella cosa che accade mentre siamo occupati a ‘fare cose’ e mentre ‘facciamo cose’, viviamo la storia, anche se non ce ne rendiamo conto. E la storia di questo periodo è scritta nei nostri 20 racconti, anzi 21, perché la giornalista Barbara Palombelli, che ha curato la prefazione del libro, ci ha regalato in questo modo, il suo racconto. Avevamo programmato una cena per la festa della donna, ma ci siamo ritrovate chiuse in casa, mantenendo i contatti nella chat ed è qui che è partita l’idea: “invece di parlarne tra di noi, perché non scriviamo le nostre storie?” La genesi è stata questa, il gruppo si è allargato con il passaparola, ma nessuna di noi avrebbe mai immaginato tutto il resto. Ci conoscevamo per esserci incontrate in conferenze stampa, in altre occasioni, velocemente e superficialmente. Questa esperienza ci ha unito e ci ha fatto crescere in tutti i sensi. Siamo diverse per età, idee politiche, esperienze di vita: ognuna ha scritto di getto i propri pensieri e ogni racconto è diverso dall’altro, unico filo conduttore la chiusura in casa e quel salvacondotto, stampato ad ogni nuovo decreto, da tenere sempre pronto per giustificare i movimenti. Non è stato semplice, discussioni e divergenze ci sono sempre quando ci si imbarca in una avventura come questa e senza incontrarsi fisicamente, ma nessuna ha mai perso di vista l’obiettivo: pubblicare un libro nel più breve tempo possibile. E così è stato: dopo due mesi, il 23 giugno, la conferenza stampa e tante presentazioni in tutta la provincia. Ad un anno da questa esperienza, facciamo il punto e riproponiamo questo progetto di solidarietà corporativa.

Un lavoro d’insieme, frutto di passione per il mestiere di giornalista e la spinta per il fine stesso del libro: le altre meno fortunate.

Tutto è stato deciso democraticamente: dal titolo, alla copertina, all’editore, (la casa editrice tutta reatina fatta di donne Funambolo), all’associazione a cui devolvere i proventi (Telefono Rosa che si occupa di tutelare e assistere le donne vittima di soprusi e violenze). È per questo che il nostro è un libro che ‘sa di buono’. Ognuna ha aperto la propria casa e il proprio cuore al lettore e ognuno può rispecchiarsi nei racconti che sono semplici e allo stesso tempo profondi, soprattutto a una seconda lettura. Lo stile giornalistico è asciutto e sintetico, ma bisogna leggere bene tra le righe. E allora si scoprono quelle aiuole che continuano a fiorire, ignare che chi le ha realizzate non c’è più, il valore degli abbracci mancati, il condominio rumoroso troppo affollato, i figli lontani, i saluti dalle finestre, il valore dell’amicizia e della solidarietà, vivere in pienezza la maternità nel momento in cui non devi correre di qua e di là, lo smart working, i vicini di casa, lo scambiarsi dolci e pietanze davanti alla porta, fare spesa per i genitori, gestire la solitudine quando si vive da soli, ritrovare lettere di una vita passata che chiede di essere raccontata e che (strane coincidenze) è la stessa che stiamo vivendo ora. Non mancano riflessioni sull’impronta negativa dell’uomo sul pianeta, rinato senza la nostra vita frenetica e inquinante, gli stili di vita da rivedere, un sistema sanitario da rinforzare, l’importanza della medicina territoriale e della ricerca, l’impegno dei sindaci nelle zone rosse. Sapevamo che non era ancora finita, ma la realtà supera sempre la fantasia. Dobbiamo ancora stringere i denti, rispettare le normative anche se ora siamo stanchi. La storia dell’Uomo continuerà e sarà come noi la scriveremo, nelle nostre scelte quotidiane. 

 

"QUATTRO PASSI IN SALOTTO"
  Francesca Sammarco

"Questa situazione evidenzia ancora di più la dicotomia tra la città e le aree interne, per la mancanza di servizi, per le connessioni internet inadeguate: quante volte lo abbiamo scritto, denunciato, stigmatizzato? Ho perso il conto. Si legifera a Roma senza conoscere le esigenze, né le potenzialità dell'appennino centrale e dei piccoli paesi. Il virus è democratico, non guarda il ceto sociale, la guarigione dipende dal tuo Dna, dalla capacità fisica di reagire, dal biglietto di viaggio che hai ricevuto al momento della nascita, come diceva Andrea Camilleri, però la finanza, l'economia, questo mercato liberista, che ha messo al primo posto il profitto anziché l'essere umano, colpiscono i più deboli economicamente e socialmente. Non riesco a pensare che i morti sarebbero potuti essere di meno, se non avessimo picconato la sanità pubblica, se ci fossimo fatti trovare pronti: al piano nazionale per la pandemia, che andrebbe aggiornato ogni tre anni, noi non mettiamo mano da dieci anni e forse più".

 

"COME L'ALLERGIA PRIMAVERILE"
  Raffaella Di Claudio

"La frenesia e la stanchezza sono compagne costanti di queste giornate. La prima mi spinge con distacco a muovermi in un’emergenza vissuta tra mille parole, decine di numeri e curve da seguire. Sospesa tra il privilegio di raccontare e la responsabilità di farlo nella maniera più attenta possibile, perché noi, che abbiamo fatto dell’informazione il nostro mestiere, giochiamo un ruolo decisivo in questa storia. “La conoscenza è l’unico antidoto alla paura” ha detto all’inizio dell’emergenza il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una frase che ho fissa in mente insieme al monito lanciato da Paolo Giordano nel suo breve saggio “Nel contagio”, secondo cui dobbiamo fare in modo che i sacrifici cui siamo stati chiamati non passino invano".

 

"CORRISPONDENZE"
  Alessandra Pasqualotto

Poi l’aria cambia all’improvviso. Traspare dalle righe di quegli scritti di settant’anni fa. Le distanze rappresentavano ancora una barriera, ma con la serenità di chi sapeva che di tanto in tanto ci si poteva rincontrare.

Verona, ore 16: <sono andata dal camiciaio. Prendi una cordicella e misurati la circonferenza del polso e includi la cordicella nella lettera. Sono uscita un attimo e ora ritorno in laboratorio per un’ora ancora. Il mio compito è di pesare la giusta dose degli ingredienti per fare creme e unguenti ed ogni volta che i due ingredienti si uniscono, devo osservarne le reazioni. Ma qui ti sto spiegando il segreto della formula!... A Verona c’è tanta folla per le strade da non potersi muovere. Stasera danno la Bohème al Nuovo, domani l’Andrea Chénier. Il tempo è splendido. Pensa, se tu fossi, qui, ci saremmo andati insieme>.

 

"COMANDAMENTO 2020: NON ABBRACCIARE"
  Catiuscia Rosati

Entro in allarme quando vedo qualcuno che si avvicina e mi allontano repentinamente (un atteggiamento completamente estraneo al mio modo di essere). “Mamma, stai diventando una maleducata perché cambi strada quando arrivano le persone”. Anche e soprattutto i bambini avvertono che qualcosa è cambiato, non da ciò che si dice ma da ciò che si fa. E io ho iniziato ad allontanarmi fisicamente dalle persone pur avendo dentro il desiderio di abbracciarle. L’abbraccio. Non avrei mai immaginato che nella mia vita sarei stata testimone oculare della privazione degli abbracci, un gesto fisico, “carnale”, che ha un grande potere risanante e antidepressivo. Un abbraccio tiene unita l’umanità… il più delle volte un abbraccio è staccare un pezzettino di sé per donarlo all’altro affinché possa continuare il proprio cammino meno solo. Che cosa avrebbe scritto oggi Pablo Neruda davanti all’abbraccio negato per amore dell’altro?  Sto vivendo un’altra vita che non è la mia, sarà per un breve periodo ci auguriamo, ma questi mesi senza libertà sono stati per me emblematici. Si è spezzato qualcosa dentro di me, sono uscita dalla “bambagia culturale” …...

 

"DIVERSAMENTE SOLA"
  Sabrina Vecchi

Si è chiamati ad essere diversamente amati e diversamente amabili, anche e soprattutto adesso. Ora più che mai, ci sono gli amici, i colleghi, i vicini di casa, la famiglia di origine, un universo di relazioni da gestire e coltivare, seppur con modalità alternative. Lo sfondo in cui noi single siamo abituati a muoverci è una fetta di variopinta umanità che va ben oltre i famigerati "congiunti”: uno scenario estremamente sfaccettato da cui attingiamo con dedizione giornaliera entusiasmo e forza vitale»

 

"QUELLO CHE NON SANNO DI TE"
  Maria Luisa Polidori

Questo è mio figlio. Ed io sono la sua mamma dai capelli bianchi e le rughe sotto gli occhi ma.... sono " bellissima" perché lui non vede lo scorrere degli anni sul mio volto, perché lui mi guarda con gli occhi del cuore e mi parla con l'alfabeto di Dio. Questo è mio figlio. Ma nessuno lo vedrà mai come lo vedo io, perché l'essenziale e invisibile agli occhi ...dei più. Ed io ...sono la sua mamma.

 

"CUORI SOSPESI"
Eliana Di Lorenzo

Sono un’insegnante e devo essere sincera: all’inizio ho pensato a questa vacanza inaspettata, anche se dentro di me la solita vocina insinuava: “Cara mia hai mai visto, in 42 anni che campi, la scuola chiudere per un virus?”. La risposta mi raggelava. E infatti da lì a poco sarebbe scoppiata la pandemia. È cominciato anche il mio, il nostro, calvario. Un calvario dorato in verità, perché ho la fortuna di abitare in campagna, ho la possibilità di uscire in giardino, di stare all’aria aperta. Eppure la sensazione di trovarmi dentro il cestello di una lavatrice accesa non mi ha abbandonato un secondo. In molti durante questo tempo sospeso hanno percepito un rallentamento della loro esistenza, per me è esattamente il contrario. Sono finita in un vortice che non mi ha dato la possibilità di digerire, di metabolizzare ciò che è successo intorno a me. All’inizio mi sono sentita sopraffatta, incastrata in un mondo a me sconosciuto.

 

"IL BOZZOLO"
  Stefania Santoprete

Cosa accade quando un pericolo dai risvolti imponderabili entra nella tua vita? Dicono che in tempo di guerra sotterrassero soprattutto materassi (la lana era una dote importante in un matrimonio), oltre all’oro, la biancheria, teli preziosi che le donne da generazioni ricevevano in eredità e ricamavano nuovamente nei mesi d’attesa della fede nuziale.

Mio nonno occultò in una profonda voragine, che poi coprì con cura, persino la macchina da cucire: una Necchi che probabilmente considerava indispensabile per l’economia familiare avendo tre figlie femmine. Anche noi, quelli del XXI secolo, abbiamo cercato di mettere al sicuro ciò che di più prezioso avevamo: non gioielli, oro e denaro, ma i nostri cari. Ci siamo accorti ben presto di come non esista buca abbastanza grande per nasconderli: non c’è mantello dell’invisibilità che tenga.

 

"SMART WORKING"
  Paola Rita Nives Cuzzocrea 

Già, lo smart working, il lavoro “agile” fatto da remoto, ben diverso dallo sfigato telelavoro che nessuno si sognava di chiedere se non in condizioni di emergenza, anche per il timore di essere emarginati o demansionati.(...). A rassicurare tutti c’era il famigerato badge, il cartellino da timbrare che, seppur senza alcuna evidenza oggettiva, dava sia al lavoratore che al datore di lavoro la sensazione di tenere sotto controllo la situazione. Ma in realtà il badge scandisce gli orari di entrata e di uscita, nient’altro. In mezzo, a dire il vero, può succedere di tutto (…) Lo smart working ti toglie la pelliccia del criceto che corre sulla ruota della gabbia all’infinito senza sapere cosa sta facendo, ti lancia nel vuoto come la gabbianella del libro di Luis Sepúlveda e ti forza ad aprile le ali. E ad usarle. Altro che “cazzeggio”. Ti stimola a cercare tutte le soluzioni possibili, anche collaborative, per raggiungere nel minor tempo l’obiettivo richiesto perché è il risultato del tuo lavoro che è ora protagonista, non il completamento dell’orario giornaliero.(...). Il tutto mentre riscopri un’alimentazione sana (quanti di noi hanno ricominciato a panificare(...),o semplicemente stanno riprendendo dimestichezza con i fornelli) e sei circondato dalle tue cose e dalle persone care, mentre piano piano ti abbandona quel senso di colpa che ti aveva accompagnato per anni per il poco tempo che avevi dedicato loro.  E già penso al dopo: mica tornerà tutto come prima.

 

"LA TERRAZZA"
  Monica Puliti

Di tanto in tanto la possibilità di fuggire dai "domiciliari" e rifugiarmi in montagna dove mia madre ha esigenze che non può soddisfare da sola, non avendo più la patente. Arrivo, lascio tutto sul pianerottolo, gironzolo per il giardino mentre parlo con lei, che intanto resta dentro casa perché la prudenza non è mai troppa; faccio il pieno di immagini e profumi che accendono i ricordi di un'infanzia, di un'adolescenza e poi di una maturità felici e spensierate. I fiori, soprattutto, che amo almeno quanto li amava mio padre, che di fiori riempiva ogni anno il grande giardino, sono un pugno al cuore, tornati a colorare il prato e le aiuole del tutto inconsapevoli che chi li ha piantati non c'è più. Mi trattengo ancora, mi avvicino alla grande piante di rosmarino, fiorita anche lei, e la sistema in modo che non invada il cortile del vicino; poi ne stacco qualche rametto per riportare a Rieti il profumo di casa…

 

"ADESSO TOCCA A MAMMA"
  Sara Pandolfi

All’inizio sembrava che tutto si sarebbe risolto con una decina di giorni di stop in casa. Poi abbiamo dovuto scoprire che non sarebbe andato, sempre, tutto bene e che colorare un foglio con i pennarelli non sarebbe bastato ad impegnare un piccolo "gnocco", è il nome con cui chiamo mio figlio Giovanni, abituato a trascorrere la giornata tra coetanei, a svolgere le tanto amate attività della “casa dei bimbi”, come la chiama lui, che frequentava regolarmente. Avevo organizzato tutto come è nel mio stile fare: ricette complesse di grandi lievitati da preparare con il mio adorato lievito madre da tanto custodito, ma poco usato per mancanza di tempo; lavori domestici per raggiungere quella polvere mai tolta nei punti più nascosti della casa e giochi e attività da fare con Giovanni. I primi giorni trascorrono in fretta, ma già dopo la prima settimana mi sentivo stanca. Un giorno mamma esemplare e l’altro insoddisfatta di come mi vedevo reagire all’insofferenza di Giovanni. Il mio umore continuava a cambiare tutti i giorni ed io mi sentivo in un equilibrio instabile messa a dura prova dalla presenza costante di un piccolo che sembrava quasi spinto a fare tanti passi quanti ne faceva la sua mamma. Questa è stata la mia quarantena: più di un mese e mezzo a bordo di un ottovolante di stati d'animo dove, tra un "giù il gettone si va in alto" e un "colpito e affondato" il mio ometto biondo dagli occhi scuri, mi ha fatto scoprire mamma come non mi ero mai sentita.

 

"SCATOLE SUL CORTILE"
Fabiana Battisti

«Penso che le restrizioni hanno lavorato dentro di me come un tarlo. Si sono innestate nelle mie venature - non certo di legno massello - e col passare delle settimane mi sono arresa al loop della normalità. Come un baco da seta mi è venuto naturale chiudermi nell’intimità rassicurante delle mie prospettive, mi sento fortunata e mi convinco che la lontananza dagli affetti sarà recuperata. Continuo a guardare il cortile interno, chissà quante vite ci sono dietro tutte queste finestre. Ognuna è chiusa nella sua scatola quotidiana di cose da fare, di cose da aggiustare e archiviare. Qualcuno sere fa ha urlato “ce la faremo”, un altro allora ha sfoderato la spada laser di Star Wars per fare luce nel buio della notte. Nella foga ho risposto: “E che la forza sia con noi”.  Silenzio. Non so a voi, ma quel silenzio mi è sembrato lo specchio del futuro.»

 

"CAMMINARE È GUARIRE"
  Alessandra Lancia

Camminare è guarire, dagli acciacchi della vita. Ma non stavolta, tutti confinati in casa per decreto. Eppure cammino e quarantena si somigliano, almeno per i viaggiatori più inquieti. Ci siamo esercitati nella lettura, nell’ascolto, nello sguardo. Dalle foto alle parole: come la risacca, la pandemia se ne è portate via alcune che ci martellavano da anni – invasione, immigrati, clandestini – e altre ne ha scaricate sulla sabbia molle del nostro lessico. In famiglia è andata molto forte “avoja” ed è sorprendentemente ricicciato l’adolescenziale “te prego”: No, te prego, la conviviale dell’Accademia di cucina dematerializzata no. Da evitare anche “eroi” per medici e infermieri e “nonni” per i vecchi nelle case di riposo, ve prego. 

Sui giornali un po’ di “audacia” – grazie ad Alessandro Baricco, che il 26 marzo su Repubblica ha rilanciato sulla prima epidemia ai tempi del game – tanta “guerra” e altrettanto “dopoguerra”. Dal dopo Grande Guerra l’Italia uscì col fascismo, per dire. Dal secondo dopoguerra uscì col boom economico degli anni Sessanta. Come ne usciremo stavolta? C’è chi dice migliori, chi dice no, non andrà tutto bene. Andrà come vogliamo che vada. Riprenderemo a camminare. E magari sì, guariremo.

 

"CICALE A PRIMAVERA. IL MIO PRIMO VIAGGIO D.C. (DOPO CORONAVIRUS)"
  Tania Belli

Questo il primo viaggio nel mio vicino-lontano; in una geografia emozionale guidata da una cartina di tornasole che dallo spazio m'ha ricondotto al cuore; senza biglietto o mezzi, se non le sole gambe dei brividi; un viaggio intrapreso a viso aperto, con la spinta dell'anima, con lo slancio d'una reazione per non morire dentro e la necessità d'incontrare un'ancora di salvezza; per andare a raccogliere i frutti dell'essenza smarrita, per strappare ragnatele e veli da demoni di schegge impazzite, per recuperare tutto ciò che le stratificazioni del vissuto avevano impolverato e il Covid svelato; il viaggio che, facendomi sfiorare petali di ricordo, m'ha fatto riappropriare di me e di un'ispirata calma, vera musa nel bisogno, vero contrappeso per una bilancia inclinata dal virus.  Insomma, il viaggio che per me, incallita e patologica Indiana Jones di popoli e continenti, per cui partire equivale a compiere almeno 3000 miglia e varcare varie frontiere, solo e semplicemente girando l'angolo m'ha riportato dentro me stessa e, soprattutto, m'ha permesso di resistere e di salvarmi, pur trovandomi, come del resto la pressoché totale popolazione della terra, immersa tra le onde agitate del "Corona-Dramma". Un film scritto per essere la perfetta sceneggiatura della paura che paralizza e fa chinare teste, la paura che conduce al largo, a perdersi chissà dove e che, invece, il mio viaggio ha sciolto, facendomi rialzare la testa, toccare la sponda e riconciliare con un presente sconvolto; mi stavo svegliando da un incubo!

 

"CORONAVIRUS-OPPORTUNITÀ, SI PUÒ FARE!"
  Ilaria Faraone

"Tentare di far tesoro di ciò che si ha e si è diventa un lavoro arduo, in molti, dai primi giorni di marzo 2020, ci hanno provato ristabilendo una connessione non solo con la wi-fi domestica ma con sé stessi. C’è stato chi è riuscito e, tutto sommato, è stato capace di andare avanti senza scossoni o grossi traumi, e chi invece è andato alla deriva, naufragando in modo non del tutto equilibrato, manifestando segnali di cedimento: crisi di pianto, scatti d'ira, perché anche questa è la cronaca nera di un periodo di necessaria reclusione durato più di due mesi".

 

"TUTTO IL BUONO CHE C'È"
  Daniela Melone

Impegniamoci: solo in questo modo la vita sarà un bene scrive Seneca ne “Il tempo”, uno dei libri sul mio comodino. Ho deciso di prendere alla lettera lui e anche chi, come don Milani, fece di I care il suo motto. “Ho a cuore, mi importa dell’altro” sarà il mio mantra da qui in avanti, in un mondo che vorrei più rispettoso di ogni essere umano e dell’ambiente in cui viviamo.

Un mondo che tra qualche mese conterà, lo spero, tanti nuovi nati, perché ogni bambino è il segno che Dio non si è ancora stancato degli uomini.

 

"LUIS SEPÚLVEDA, UNO DI NOI"

  Elisa Sartarelli

Un giorno, proprio durante l'emergenza Covid-19, ho sentito in televisione una notizia che mi ha scioccata: il 16 aprile è morto lo scrittore cileno Luis Sepúlveda. Un fulmine a ciel sereno. Ho incontrato Sepúlveda quando nel 2016 è venuto in Sabina per partecipare a “Liberi sulla carta - Fiera dell’editoria indipendente”. In molti lo ricorderanno a Farfa e a Rieti. Con lui era presente la traduttrice dei suoi libri in italiano Ilide Carmignani. Io ho avuto la fortuna di incontrarlo nel suggestivo borgo di Farfa, nella Sala Polivalente. Mi ricordo che quando sono arrivata pioveva a dirotto! Sono uscita dall’auto e non avevo l’ombrello, quindi mi sono bagnata i capelli. Nella sala, invece, faceva caldissimo, ho cominciato a sudare e mi sono dovuta togliere la giacca. Insomma, avevo un ombrello di meno e una giacca di troppo. Nella foto di rito che carinamente Sepúlveda si è prestato a scattare con ogni persona in fila, diciamo che non ero esattamente al meglio… Però quella foto resta un bellissimo ricordo. Siamo mia madre, io e Sepúlveda.

 

"IN UNA BOLLA"
  Paola Corradini

E rimani lì a chiederti se scendere in strada ed urlare o scivolare in quel limbo infernale sperando che passi. Così è una immensa, enorme, gigantesca giornata di merda. Forse domani sarà migliore. E infatti ci sono le risate, quelle col cuore, il cuore che è casa con le tre persone, le tue “persone” che nonostante tutto ci sono, sempre; i film visti insieme litigandosi il posto sul divano, tua figlia che ti dice “sei utile come la peste”, core de mamma, i panini maionese e insalata della mezzanotte, la gioia di andare a dormire sapendo che il libro del momento ti aspetta sul comodino, le battute e le notifiche che ti arrivano da chi ti fa piegare in due e rimanere senza fiato per le stronzate che scrive, il gruppo la vita i tempi del #iorestoacasa che hai creato su Facebook, perché volevi far sentire meno sole le per- sone con cui condividevi tanto e che oggi supera i mille iscritti perché lì si ride. Niente tristezza. E poi arriva il tuo compleanno e sei talmente alla canna del gas, dopo quaranta giorni e mille di clausura, in cui ti sei bevuto l’impossibile e non hai comprato, né preparato la torta, così spegni una triste e misera candelina su una barretta peso forma già mozzicata. Questa è la mia qua rantena.

 

"PAESE CHE LASCI…VIRUS CHE TROVI!"
  Francesca Dominici

Il nemico ci aspettava al Terminal 3. Con Leonardo avevamo deciso di festeggiare i nostri 40 anni in Thailandia, a fine febbraio. Il Paese del Sorriso lo abbiamo visto in mascherina, in verità, ma quel sorriso tanto famoso in tutto il mondo lo abbiamo comunque scoperto negli occhi di un popolo mite ed accogliente. I thailandesi usano la mascherina per lo smog, dicono, e forse il Coronavirus neanche sanno bene cosa sia, almeno non nei villaggi delle montagne del nord, dove abbiamo trascorso la maggior parte dei giorni. Il nemico, mentre noi ci inginocchiavamo dinanzi al tempio di Wat Arun, ci imbarcavamo sui canali di Bangkok, navigavamo il Mekong e camminavamo in sperdute risaie di un verde vivacissimo ed inimmaginabile, stava aggredendo casa nostra. Ce ne siamo resi conto sull’aereo, al ritorno, quando eleganti hostess in abiti di seta viola, ci hanno spruzzato il disinfettante sul viso. Non c’erano cinesi tra noi. Solo italiani, principalmente lombardi. Il nostro primo incontro con il Coronavirus è stato questo.

 

"58.1"
  Chiara Pallocci

"Eeeh? Che hai deeetto? Non ho capito!". Un suono ovattato, soffocato. Non si disegnano più, sul viso, i nostri umori, il disappunto, la sorpresa, la rabbia, quella rughetta intorno alla bocca che fa tanto ironia da film francese. Adesso, per leggere tra le righe, si deve fare attenzione al rumore degli occhi oppure alle orecchie. Sì, le orecchie. Le orecchie che si muovono sotto ai capelli, ad ogni parola pronunciata. A questo si sono ridotte le interazioni. La mascherina che si aggrappa al naso e la sensazione, del tutto inedita, di vivere in una bolla. Siamo sordi, in una vita asfittica. Asfittica e appannata. Però abbiamo realizzato un sogno d’infanzia: con quel panno sul viso, ci atteggiamo tutti a cardiochirurghi, con gli occhiali sempre annebbiati dai nostri sospiri. Nemmeno due ore di quarantena e già bisogna decidere se respirare o vedere.

 


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